Quante volte ho pronunciato questa parola…..tante,
forse, troppe volte, ma mai abbastanza!
Una parola che racchiude l’origine del mondo….
Non ha confini, né patria, né colore….appartiene a
tutti,
giovani, vecchi, bambini…..una magia che circonda
l’anima,
che
conosce il linguaggio dei cuori, che canta melodie,
che colora gli arcobaleni, che profuma di viole,
che riscalda…….più del sole!
Aster
MIO FIGLIO
L’ho amato da subito.
Forse solo una madre sa cosa significhi amare un figlio
fin dal primo guizzo di vita. Te lo senti nel ventre,
nel cuore, nello spirito; un amore che non si può
raccontare, si può solo provare.
Per 9 mesi ho pregato il
cielo perché fosse un maschio. E’ così difficile la vita
per le donne, ed io non volevo per lui le difficoltà
della vita. Per lui volevo solo la vita, la gioia, il
sorriso.
Ho pregato a lungo, e
quando lo sentivo muoversi lieve dentro di me ho pregato
ancora più intensamente. Vedevo i suoi guizzi nella mia
pancia e già sapevo la sua esuberanza, la sua vitalità;
avrei voluto
piangere di gioia. Pregavo e speravo, e quando il mio
ventre si è aperto in acqua e sangue ho urlato di gioia
e di dolore, poi l’ho visto. Era bello, era perfetto,
era un maschio.
Me lo sono attaccato al
seno e lui si nutriva di me accarezzandomi con le sue
manine lievi mentre io guardavo i suoi occhi scuri come
la notte, colmi di tutte le stelle del firmamento.
E’ cresciuto forte,
birbante, pieno di gioia di vivere, di irruenza.
Com’è bello l’unico
figlio che il cielo mi ha donato!
Assieme abbiamo
combattuto contro la dissenteria, contro i vermi, contro
le febbri assassine di bambini ma abbiamo vinto, e lui
ha imparato a camminare spedito, e la sua voce mi canta
canzoni d’amore.
E’ bello come un cielo
sereno, forte come la tigre, gioioso come una poesia
d’amore.
Mi piace accarezzargli i
capelli ricciolini, mi inebrio a guardare le sue corse
dietro alle capre, ad un pallone fatto di stracci, ad
ascoltare la sua voce che ride nel gioco, che mormora
piano quando il sonno lo coglie.
- Raccontami una
storia, mamma.
Ed io gli racconto dei
nostri padri, delle nostre genti.
Lo amo, è la mia vita, il
mio sogno, il futuro che io non avrò mai. E’ mio figlio.
E’ un idillio amoroso che
non avrà mai fine. Quando sarò vecchia sarà lui ad
accarezzarmi i capelli incanutiti, sarà lui a portarmi
il riso e l’acqua nella ciotola e mi condurrà i suoi
figli perché io ancora racconti le storie dei nostri
padri, delle nostre genti.
Ora ha 7 anni, è un
monello dal corpo esile e scattante; corre a perdifiato
lungo i sentieri polverosi, mi aiuta a portare l’acqua
alla tenda, si accapiglia con gli altri bambini, lo amo
ogni giorno di più.
Un boato sordo, laggiù…
le urla delle donne, gli uomini corrono verso un punto
lontano.
Io mi infilo la burka ed
esco dalla tenda. Non so cosa sia successo, mi chiamano
a gran voce… corro senza far rumore… lo stanno portando
su una barella improvvisata mentre il sangue scorre a
fiotti.
Qua sotto mi copro la
bocca per non urlare, poi le mani salgono verso i
capelli e le lacrime mi inondano il volto.
Il mio bambino, il mio
tesoro…. Oh, cielo crudele, cosa hai fatto?
Ha gli occhi chiusi,
forse non sta soffrendo, ma vedo il suo corpo perfetto
dilaniato dalla mina. Mio figlio, il mio tesoro, la mia
gioia sulla terra, la mia speranza….
Non so cosa succede,
tutto corre veloce, oltre il mio immaginabile, e dopo
sono in quella stanza d’ospedale, lui sta ancora
dormendo mentre io gli scosto i capelli appiccicati sul
volto.
E’ pallido, è bello.
Apre gli occhi….
- Mamma –
mormora…
- Sono qua,
tesoro mio, vicino a te.
Mio figlio non correrà
più dietro le capre, non giocherà più con un pallone di
stracci. Mio figlio ha ora un moncherino coperto da
bende al posto di una gamba. Mio figlio non è più così
incommensurabilmente perfetto come io lo avevo fatto.
Oh, cielo crudele, cosa hai fatto a mio figlio? Ti ho
pregato tanto e così mi ripaghi?
Perché tua è la colpa, e
dell’insondabile destino. Non poteva l’uomo essere così
perfetto come mio figlio? Non poteva avere la gioia di
vivere, anziché essere animale da guerra? Negli occhi
scuri di mio figlio non brillano più tutte le stelle del
firmamento. Mi guarda annegato di lacrime.
- Mamma….
- Sono qua,
tesoro mio, vicino a te.
- Mamma… perché?
- Non lo so….
E’ terribile non avere
risposte ai perché di mio figlio. Perché tutto questo
orrore? Perché la guerra? Perché la violenza, e le mine,
e la morte, e la crudeltà, e la cattiveria… Vorrei
chinare le spalle al destino e coprirmi tutta sotto il
sudario di morte, ma l’urlo mi rantola in gola.
- Perché, perché,
perché?
- Dammi la mano,
mamma, non lasciarmi da solo.
- Non sarai mai
solo, tesoro mio!
Gli hanno attaccato una
protesi da bambino, una gamba finta che mascheri la sua
mutilazione ma non potrà più correre dietro alle capre e
non giocherà con un pallone di stracci. Le montagne
intorno sono sempre le stesse e la tenda è sempre più
fredda e polverosa. Lo copro con il vello di montone
perché non senta il freddo, lo guardo mentre dorme e mi
si spezza il cuore.
Mio figlio, il mio
bambino dagli occhi pieni di stelle e dai capelli
ricciolini non correrà più.
E’ la guerra – dicono –
ma per me è solo la follia degli uomini.