Sono
nata in un paesino della Basilicata,aggrappato alle
pendici del Vulture,un vecchio vulcano spento. Terra di
briganti,generosa di acqua,vino, olio e pettegolezzi
cattivi e inutili. Ho vissuto tutta la mia infanzia nel
centro storico,ma non fatevi ingannare dall’arroganza
del termine. In realtà erano vecchie case addossate le
une sulle altre,con vicoli e stradine strette e buie,
paradiso degli innamorati che di sera le frequentavano
per le loro effusioni e per coltivare sogni e speranze
che il più delle volte svanivano come bolle di sapone al
sole. Credo che ognuno di noi,custodisca i ricordi
dell’infanzia nell’angolo più segreto del proprio cuore,
e tali ricordi assumono il volto di persone,di suoni,e
di odori. La mia casa era composta da due locali,camera
e cucina,più un piccolo bagno, rachitico e freddo, con
una piccola apertura che dava all’esterno. La mia è una
famiglia numerosa. Mio padre che all’epoca lavorava
all’estero,ogni volta che tornava ci portava doni. Un
formaggino tedesco,giallognolo,alto dieci centimetri e
lungo 40,che si tagliava con un coltello da macellaio,
tavolette di cioccolato e utensili da cucina.

A
mamma,invece,prima di ripartire lasciava un altro tipo
di regalo. Ed essendo recidivo,di figli ne ha fatti
sette,senza considerare,quelli non riusciti. Nei
pomeriggi afosi le signore si riunivano insieme davanti
la soglia della casa di una di esse,scherzando e
raccontando,il più delle volte dei propri mariti,oltre
ai vari guai e dicerie sugli assenti di turno. Quelle
rapaci incursioni verbali facevano parte della vita di
tutti i giorni. “Stanotte mio marito ha allungato ancora
le mani” “ E tu cosa gli hai detto?””E che dovevo
dirgli? Gli ho detto che se voglio fare beneficienza
mando dei soldi al prete” L’umorismo non era certo
raffinato,ma molto efficace,tanto che alcune di loro
quasi si strozzavano dal gran ridere.
A
noi bambini non era permesso partecipare al “sabba”,ma
io mi mettevo sempre in un angolo e ascoltavo deliziata
i loro commenti,con quel senso di mistero e di ansia che
la scoperta di qualcosa di nebuloso e,soprattutto,ancora
precluso comportava. Questo avveniva quando non
infuriavano litigate feroci tra di loro. Per una parola
di troppo,si scatenava l’inferno.
Robuste,manesche,aggressive, usavano le parole come
coltelli e il corpo come un’ariete. Che spasso!
Naturalmente,anche mia madre partecipava con
entusiasmo,a volte eccessivo e caustico. Quasi nessuna
sapeva leggere,per cui quando ricevevano lettere si
recavano sempre dalla mia nonna materna,Anna,che le
leggeva con la concentrazione che gli studiosi riservano
ai classici. Il fatto curioso era che loro,rispondevano
a questa mentre nonna stava ancora leggendo. Tutte
partecipavano al rito,commentando a loro volta.
Risultato? Sapevano vita e miracoli di tutti! Non
esisteva discrezione o segreti di sorta,si rischiava
seriamente di essere estromesse dal gruppo. I mariti?
Latitanti,come al solito e come sempre,ancora tutt’ora.
Non si vedevano mai nel quartiere.
Dopo cena se ne andavano al bar a giocare,bere e
commentare l’esito dei raccolti. Quando si faceva il
pane,era una festa. Il profumo invadeva l’intero
quartiere e tutte erano più felici. La domenica veniva
annunciata dal suono delle campane a festa. Le signore
si acconciavano i capelli,indossavano l’abito più bello
che avevano,ridevano e ammiccavano come adolescenti,con
le inevitabili rughe che in qualche modo parevano aver
aggiunto al loro fascino il languore morbido del
tramonto. Una nonnina,la cui età era già allora
indefinibile,secca come un ramo stagionato,offriva
rimedi per ogni ,malessere fisico. Se avevi mal di
pancia,mal di testa o altro,la “fattucchiera”aveva
subito il farmaco giusto.
Senza considerare tutte le volte che si esibiva con
formule verbali strane accompagnate dai movimenti fluidi
delle mani. Per esempio,a proposito del mal di testa,la
buona e vecchia nonnina,diceva che senz’altro la signora
era stata colpita dal malocchio. Nella pratica curativa
era incluso anche uno sputo che la nonnina lanciava
sulla fronte della sventurata,con una precisione
chirurgica da fare invidia ad un professore.
Ahimè,anch’io sono stata vittima di questo,anche se il
mio era un male diverso!

Aster