Appunti e Memorie....

 Nell’archivio della memoria
Festa in paese

Festa di S. Biagio

I due eventi più importanti, in ordine di tempo, che suscitavano maggiore interesse nei paesani, e anche maggiore apprensione, erano la festa padronale e la processione del venerdì santo.

 S. Biagio, patrono di Rapolla, protettore della gola e dei suoi mali, la cui festa cade il 3 febbraio, è particolarmente amato e venerato, e non solo per motivi religiosi. La celebrazione ha inizio la sera precedente, con i falò accesi per le strade, per ricordare l’assedio e la distruzione del borgo ad opera del re Manfredi nel 1231.

La Diana

Un gruppo bandistico suona per il paese annunciando, con gioia, l’inizio della festa.

Rullo di tamburo e grancassa  giro per tutto il paese nella notte della Candelora 2 febbraio il suddetto rito ricordava

la devastazione subita dai rapollesi da Galvano Lancia, signore a servizio di Manfredi nel 1254.


La diana viene preceduta dai " Falò di San Biagio" fuochi che si accendono la sera della vigilia della festa,

 verso l'imbrunire , dopo aver letto il prete l'ultima " curnedda" preghiera di San Biagio,

parte il concerto bandistico per le vie del paese invitando i vari quartieri ad accendere il fuoco.

Concerto Musicale Cav. Pasquale Cerone - 2009

Cav. Pasquale Cerone - Presidente

Capobanda Prof. Giovanni Cerone

 

Fondatore e capobanda Maestro Pasquale Cerone -1960

 

 

Quando del fuoco non restano che le braci vive, si usa mettere sotto la cenere, patate novelle, segno di rinnovamento dello spirito, e, i più fortunati, anche qualche pezzo di salsiccia, da gustare tutti insieme attorno alle braci morenti, parlando del tempo e indirizzando al cielo e al Santo, preghiere affinchè fosse generoso e clemente. E intanto, tra una risata e l’altra, guardavano, con un pizzico di timore, il cielo nero come la pece. Il rito si concludeva a tarda sera e ogni famiglia portava nella propria casa un po’ di cenere, come segno di benedizione. Il 2 febbraio, giorno della Candelora, dovrebbe anche annunciare la fine dell’inverno. Il condizionale è d’obbligo, giacchè quasi sempre questo è il periodo in cui, l’inverno dispettoso e amaro, opera la sua vendetta.

 

Già da una settimana le donne erano al lavoro per onorare il Santo. Le giornate erano odorose di biscotti (“vaccaredd”dolci tipici) e di pane appena sfornato. Ma quell’anno, (non ricordo esattamente quando) avrebbe riservato a tutti noi, amare sorprese. Le nuvole, traditrici, se ne stavano appese in cielo come fiocchi da lutto. Il sole sembrava ritirarsi quasi imbarazzato e vergognoso, nascondendosi negli angoli bui del cielo. Un lucore malato filtrava leccando i tetti delle case e andando a infilarsi nelle crepe dei muri, scrostati e sporchi di fuliggine. Le massaie, indaffarate a preparare, come da tradizione, il coniglio ripieno, volutamente distratte dai foschi segni del tempo, cercavano di esorcizzare e corteggiare il Santo con preghiere appena sussurrate mentre preparavano il pasto regale per il giorno dopo. Il tutto sarebbe stato annaffiato con generosi bicchieri di aglianico e moscato.

La Malvasia (vino dorato,profumato e dolce)avrebbe accompagnato i biscotti tipici della festa. L’indomani ci sarebbe stata la processione per le strade, con tanto di banda e, il Santo, portato a spalla, come una “star”fra due ali di gente, avrebbe benedetto il paese e i suoi abitanti. Ma ahimè, i desideri della “Terra” non sempre coincidono con quelli del “Cielo”. La mattina si annunciò già amara e pungente. Ad un tratto la luce appassì all’improvviso. Il miagolio impercettibile della pioggia cominciò a lavare le strade e a spazzare i resti del falò della sera precedente. Ma ancora la speranza albergava nei cuori di tutti noi. Alla pioggia si sostituirono, poco dopo, leggeri e felpati fiocchi di neve. Si udivano, nel silenzio arrogante dei vicoli, i lamenti accorati al cielo, che salivano dal passato per poter riscattare il presente con preghiere e maledizioni. La neve aveva ricoperto in breve tempo tutto il paese e, ancora, non intendeva cedere alle lusinghe della gente. La tristezza aveva fatto il suo nido nei cuori di tutti, grandi e piccini.

 Sguardi sconfortati guardavano attraverso le finestre rigate di pianto, il cielo. Il Santo, quell’anno era, o troppo distratto o molto arrabbiato. Le vecchie, con la pelle incartapecorita, e una ragnatela di rughe a incorniciare gli occhi, ancora vivi e desiderosi di festa, così commentavano

”Se te lo manda Nostro Signore, è buono ogni dolore”.

Quell’anno la festa fu rimandata diverse volte, ma ogni volta si procedeva comunque alla consumazione del coniglio preparato il giorno prima. Il bello della situazione fu che i continui rinvii causarono la distruzione di tutti i conigli.

Un anno ancorato nei ricordi di tutti come l’anno più amaro, ma, io credo, anche come quello più felice! Oggi la festa padronale è sempre sentita, ma in misura minore.

Alla distrazione del Santo si è aggiunta quella della gente. Ma in compenso, si mangia sempre il coniglio ripieno con abbondanti bevute di aglianico e di moscato, forse, (permettetemi un pizzico di cattiveria) per dimenticare o rimpiangere i tempi di una volta.

Cantina Tenute D'Auria
Azienda Agricola D'Auria Sara snc
C.da Piano di Croce, 85022 Barile (PZ)

 

 

 Venerdì Santo

La processione del Venerdì Santo era una questione completamente diversa. Ad accompagnare la Vergine e il Cristo non c’erano solo persone normali ma, le cosiddette, “dolenti”. Le più belle ragazze nubili, si recavano già diverse settimane prima, nel locale adibito al concerto bandistico di Rapolla, per provare e riprovare le canzoni del venerdì santo.

Il capo-banda era ed è ancora tutt’ora, Pasquale Cerone, nonché mio padre. Uomo straordinario, con una grande passione per la musica, con un forte senso dell’umorismo, amato e rispettato dagli uomini e venerato e corteggiato dalle donne. Imponente, in mezzo alla banda, suonando il bombardino, si spostava di continuo avanti e dietro dirigendo il gruppo che seguiva i movimenti delle sue mani e dei suoi occhi. Quando, a volte, rimproverava qualcuno, per la sua scarsa attenzione allo spartito, lo faceva con un garbo e con un rispetto tale che quello invece di ritenersi offeso se ne sentiva onorato.

 

 

 

Uno stralcio della processione del venerdì Santo - 1988

 

 

 La processione si svolgeva, a quei tempi, di sera. Attraversava tutto il paese e la strada delle cantine. Gli uomini facevano a gara chi doveva portare il Cristo a spalla. Si faceva una lista i cui iscritti si davano il cambio durante tutto il percorso. Le ragazze, erano vestite tutte di nero, con i capelli sciolti sulle spalle e con un velo a ricoprire una parte di essi. Bellissime e seducenti come non mai, erano il motivo principale di attrazione per i ragazzi, e non a caso, spesso ad agosto, alcune di loro si sposavano ed altre erano in attesa di farlo con il pancione bene in vista. Le melodie erano travolgenti, sensuali. Mio padre, artista di grande talento, aveva insegnato loro come modulare il tono della voce seguendo il ritmo della musica. Le loro voci si innalzavano verso il cielo ormai completamente buio, con il plauso della luna che vegliava e seguiva il corteo, responsabile degli amori che via via fiorivano ad ogni angolo di strada. Due ali di folla seguivano la Vergine, anch’essa vestita in nero, con un cuore d’argento trafitto da spade, e con gli occhi imploranti verso il Cielo. Ognuno aveva tra le mani un cero acceso, la cui fiamma tremolava per le voci e la musica struggente. Durante il percorso ogni proprietario metteva al centro della strada un tavolo con un grande fiasco e numerosi bicchieri.

Il Cristo era letteralmente cullato (nazzcann) dai portatori al ritmo triste della musica. Ogni cantina offriva loro ristoro e riposo. Al termine della processione si ritrovavano ubriachi fradici, ma estremamente felici, anche se i più, il mattino dopo, non lo ricordavano nemmeno. All’epoca si diceva che costoro non erano del tutto normali e che avessero il baricentro del cervello inclinato. Vero o falso che fosse, neanche il prete, a mio parere doveva essere del tutto a posto. Onorava ogni cantina con un fervore religioso sospetto, tanto che alla fine arrivava in chiesa e si metteva seduto sulle panche come un parrocchiano comune, mentre la gente lo guardava divertita e insolente. Tuttavia, a parte il prete, che non aveva l’alibi della fatica, i portatori non hanno mai ceduto o cambiato il ritmo del loro lento avanzare e cullare Gesù, il quale, ne sono sicura, se la spassava a forza di risa, mettendoli alla prova e diventando ad ogni bicchiere di vino, via via più pesante. Le gambe che si muovevano instabili, non hanno mai ceduto, e, ancora oggi, io mi chiedo come facessero ad essere così in sintonia.

 Dieci uomini, ubriachi di vino e di grande amor proprio, a reggere fiaschi e fiaschi di buon aglianico,vino rosso, vellutato, profumato e robusto. Si muovevano con lo stesso passo, quasi danzando, per una strada che non era proprio ideale per loro. Da lontano la processione sembrava non essere di questo mondo. Il Cristo appariva cullato da mani invisibili e seguito da centinaia di ceri accesi, con una melodia così triste che induceva al pianto. Le ragazze, vezzose e intriganti, guardavano di nascosto i ragazzi con sorrisi appena accennati. Questi, le seguivano e ogni tanto offrivano loro delle caramelle per rinfrancare la gola e lo spirito. La partecipazione della gente all’epoca era massiccia. Le mamme con i bambini in spalla addormentati accompagnavano la processione fino alla sua conclusione. Il sabato, giorno di riflessione e di silenzio, era utile per riprendere le forze e per prepararsi per la Santa Pasqua onorandola con pasti abbondanti ,grandi bevute e tante risate. Bersaglio e materia degli argomenti da tavola erano di volta in volta sia i portatori che le affascinanti ragazze. Anche il prete era oggetto di scherno per la sua totale dedizione e alla tradizione e al buon vino.

Oggi la processione è cambiata. Asettica, sterile e…. inquietante, si svolge alle tre di pomeriggio per le strade cittadine e non più per le cantine. Scivola per le strade, come se fosse inseguita dal tempo, distante e assente dai nostri cuori. Ha perso il suo entusiasmo, la sua dolcezza, il suo grande coinvolgimento emotivo e la partecipazione della gente è scarsa e poco sollecita. Il Cristo non è più quell’uomo vezzeggiato e cullato con amore, vivo e partecipe, ma un cadavere eccellente di gesso che sfila per il paese. Sono scomparsi i portatori e anche il prete è più serio (forse astemio) e…..meno credibile di allora. Le ragazze dolenti hanno lasciato un grande vuoto. Poche decine di loro vestite a vivaci colori, cantano ancora, ma senza il fascino e il mistero di allora. Che tristezza! Sono cambiati anche gli argomenti da tavola e,forse,anche quelli di letto. Ora si discorre della vita di Tizio o di Caio, in modo ristretto e ….vuoto. Mio padre è l’unica costante rimasta inalterata nel tempo.

Intatto il suo amore per la musica, ferma la sua attenzione ai ragazzi e, soprattutto, ancora più vivo il suo senso dell’umorismo.

Capobanda Cav. Cerone Pasquale

Capobanda Cav. Pasquale Cerone

 Dio lo benedica e lo conservi ancora a lungo!
Aster