a luna mi sorprese mentre passeggiavo in
terrazza, con una sigaretta che si consumava
fra le dita e la mente, tesa a combattere i
demoni che si spartivano gli ultimi
brandelli della mia anima. Le stelle, fredde
ed insensibili agli orrori umani, mi
sembrarono più lontane che mai. Distanti,
altere, assenti . Il latrato di un cane in
lontananza, spezzava, a tratti, il silenzio
assordante di quella notte. Il passato si
presentò, prepotente ed imperioso, ad
esigere lo scotto di quei lunghi anni di
apparente oblio. Come un fiume in piena, il
dolore esplose con tutta la sua forza.
Silenziose lacrime inondarono il mio viso,
senza che io potessi, in nessun modo,
arginare quel tumulto che mi scuoteva dal
profondo, al pari di un’estasi, diversa,
simile a quella che illumina gli occhi dei
condannati, santi o demoni che siano. Mi
lasciai trascinare dalla piena. Spossata e
vinta, cedetti, finalmente, al dolore.
Allargai le braccia verso il cielo e
implorai il suo aiuto. Implacabili e
crudeli, i ricordi affiorarono in
superficie, dal profondo della mia stanza
oscura. L’edificio, una struttura in mattoni
rossi, a tre piani, si presentò davanti ai
miei occhi come un luogo oscuro, segreto,
ostile. Il giardino circostante, già con i
primi accenni di una imminente primavera,
sembrava estraneo all’edificio. Tutte le
finestre avevano le inferriate,e le tende,
dai colori vivaci, cozzavano con la rigidità
e l’austerità del luogo. Mia madre affrettò
il passo, come chi ha premura di giungere al
più presto alla sua meta per scaricare uno
scomodo fardello. Mi fermai, impietrita, i
miei piedi si rifiutavano di obbedirmi.
Un sudore freddo prese a scorrermi lungo la
schiena. Mi sentivo come un condannato che
si dirigeva verso la sua cella scura,
fredda, lontana. Mia madre tornò indietro e
prendendomi per il gomito mi invitò , con
mala grazia, a proseguire. Io la guardavo
implorando la sua misericordia, il suo amore
di mamma. Invano la supplicai di non
abbandonarmi in quel luogo. Il suono del
campanello mi scosse come un rombo di tuono
che ti sorprende all’improvviso. Una
invisibile tenaglia strizzò il mio addome, e
un suono cupo e strisciante, iniziò a
martellare le mie tempie. Il portone si aprì
e il volto austero e arcigno di una suora
comparve sulla soglia.
Il suo volto era affilato, e gli occhi scuri
e freddi come pozzi neri, mal si
accompagnavano al mezzo sorriso che comparve
sulle labbra incise come come da un rasoio.
Mia madre le porse una busta, la salutò e
disse che non poteva trattenersi. Il suo
treno partiva nel giro di qualche ora. Non
mi abbracciò, non mi disse niente, non mi
guardò nemmeno. Io rimasi paralizzata sulla
soglia, annichilita, stravolta, con le
lacrime che scendevano copiose sulle guance.
Mi aveva abbandonato, con il cuore, con la
mente, con gli occhi. La guardai che
attraversava, con premura il viottolo che
costeggiava il giardino e mai una volta si
girò indietro. Se mi avessero pugnalato
rigirando, più volte, il coltello nella
ferita, avrei sentito meno dolore di quello
che provai, quando, infine, scomparve dalla
mia vista.
E fu in quel momento che un urlo,
straziante,
proruppe all’improvviso da tutto il mio
essere ”Mammaaaaaaaaaa”!
IV
“Lascia che l’anelito doloroso dimori
nel tuo cuore. Non arrenderti mai. Non
perdere mai la speranza.
Allah
dice:
“Proprio gli animi spezzati sono quelli
che amo maggiormente”
– Shaikh Abu Saeed Abil Kheir -
na tristezza di piombo mi avvolse tutta
come un sudario. Sentivo la voce della
suora provenire da molto lontano. La
seguii docile come un agnellino,
all’interno e su per una larga scala che
portava ai piani superiori. Non sentivo
voci, né rumori di sorta. Tutto era
silenzioso e nello stesso tempo
assordante. Quel luogo mi faceva paura!
Lungo la parete della scala c’erano
diverse immagini religiose: Sant’Anna,
la Vergine col Bambino, e altre che ora
non ricordo. La loro presenza non mi era
di conforto. Entrammo in un vasto
corridoio, e affrettandosi con
passettini piccoli e nervosi, la suora
mi condusse in una stanza con due letti
singoli. Mi pregò di lasciare le mie
misere cose, contenute tutte in una
valigetta verde, e di andare nel grande
salotto per fare amicizia con le altre
ospiti.
Forse temeva che lasciandomi sola avrei
potuto commettere qualche sciocchezza.
Ubbidii , senza commentare né chiedere
nulla. Tutto mi era completamente
indifferente. Si offrì di accompagnarmi.
Quando entrai nel salotto, mi stupii di
quante ragazze ci fossero ma anche del
silenzio irreale che dominava su tutte
loro. In un angolo c’era un televisore
spento dall’aspetto triste, alcuni
tavolini con sedie pieghevoli, qualche
poltrona, che aveva visto tempi
migliori, un grande tavolo con riviste
sparpagliate, una libreria con pochi
volumi delle edizioni Paoline. Le
ragazze, tutte giovanissime, avevano un
aspetto infelice e lo sguardo smarrito.
Vedevo nei loro occhi una velata
compassione, la stessa che io provavo
per loro. Mi salutarono timidamente
abbozzando dei sorrisi.
Provai per loro
una grande tenerezza. Soddisfatta del
lavoro compiuto, la suora lasciò la
stanza tra uno svolazzo di teli neri.
Un sospiro di liberazione si levò
all’unisono tra le ragazze. La sua
presenza non era molto gradita. Alcune
tra loro, per rompere l’imbarazzo del
momento, scimmiottarono la monaca e i
suoi gesti affettati. Le risate
scaturite, alleviarono un poco
l’atmosfera dell’ambiente. Pian piano
conobbi le loro storie. Alcune
raccapriccianti, altre, molto umilianti.
Rimasi turbata dalle violenze
psicologiche e fisiche che furono
costrette a subire dalla famiglia.
Alcune erano state violentate dai loro
stessi parenti. Giuliana, la ricordo
bene perché divideva la stanza con me,
portava nel grembo il frutto delle
morbose attenzioni dello zio prete. Era
seppellita in quella tomba dal primo
giorno che seppe di essere incinta, con
l’aiuto e la sollecitudine dello stesso
criminale che aveva abusato di lei. E,
si sa, il potere della Chiesa è tanto
grande quanto oscuro. Il suono di un
campanello scosse i miei pensieri. Era
ora di cena. Il refettorio era un locale
con alte finestre e la luce filtrava a
fatica, strisciando tra le grate come
serpenti luminosi.
Una suora condivideva con noi il pasto.
Si fece il segno della croce, subito
imitata da tutte le ragazze, e recitò
una improbabile preghiera che non capii
e che mi lasciò un sapore amaro in
bocca. Nelle scodelle galleggiavano
pezzi di verdura dal colore indefinibile
annegate in una brodaglia scura. Dopo
qualche cucchiaiata rinunciai a
continuare. Il mio gesto non passò
inosservato. Le ragazze mi invitarono
con gli occhi a mangiare, qualcuna toccò
le mie scarpe per farmi capire che non
era una buona idea. La monaca, posò il
cucchiaio, in modo plateale, e mi
chiese, con ipocrita cortesia, perché
non volevo mangiare. Avrei tanto voluto
gridarle che non era la brodaglia che
non andava, ma tutto quanto: il luogo,
il locale, le ragazze, lei stessa e
perfino io. Tutto era sbagliato!
Un grande scoramento mi assalì
all’improvviso. Il silenzio si tagliava
a fette, tutti attendevano la mia
risposta. Non parlai! Presi il cucchiaio
e mi sforzai di continuare. Quella notte
vomitai anche l’anima, lasciandomi
dolente nel corpo e nell’anima.
Raggomitolata nel letto, piansi tutte le
mie lacrime fino allo svuotamento
totale. Alla fine mi addormentai. Mi
svegliai in piena notte turbata da
qualcosa che graffiava la mia nuca. Era
Giuliana che piangeva sommessamente per
evitare di svegliarmi. Non ebbi il
coraggio di alzarmi. Cosa potevo dirle?
Quale conforto avrei potuto darle? Il
resto della nottata passò in fretta, per
fortuna. Ero tormentata per me e per
lei. Il giorno, forse avrebbe portato,
con il sole, un rinnovato sollievo. Ogni
settimana ci visitavano, ci pesavano, ci
misuravano la pressione. Alcuni medici
esterni avevano il compito di seguire la
nostra gravidanza. Freddi,
professionali, svolgevano il loro lavoro
con competenza e pochissima dedizione.
Insofferenti al nostro stato d’animo,
per il quale non sarebbero serviti né i
loro consigli, né tantomeno medicine. I
mali dello spirito sono materia di
stregoni e ciarlatani.
Una psicologa, annoiata e seccata,
raccoglieva le nostre riflessioni, le
nostre opinioni. Non ho mai visto
mutamenti apprezzabili da questi
incontri. Io non parlavo quasi mai,
tanto che era lei che mi chiedeva delle
cose. Io rispondevo con monosillabi
irritanti e lapidari su tutto quanto
riguardava la struttura di accoglienza.