Il segreto di un’anima

 

                        
 

III

a luna mi sorprese mentre passeggiavo in terrazza, con una sigaretta che si consumava fra le dita e la mente, tesa a combattere i demoni che si spartivano gli ultimi brandelli della mia anima. Le stelle, fredde ed insensibili agli orrori umani, mi sembrarono più lontane che mai. Distanti, altere, assenti . Il latrato di un cane in lontananza, spezzava, a tratti, il silenzio assordante di quella notte. Il passato si presentò, prepotente ed imperioso, ad esigere lo scotto di quei lunghi anni di apparente oblio. Come un fiume in piena, il dolore esplose con tutta la sua forza.

Silenziose lacrime inondarono il mio viso, senza che io potessi, in nessun modo, arginare quel tumulto che mi scuoteva dal profondo, al pari di un’estasi, diversa, simile a quella che illumina gli occhi dei condannati, santi o demoni che siano. Mi lasciai trascinare dalla piena. Spossata e vinta, cedetti, finalmente, al dolore. Allargai le braccia verso il cielo e implorai il suo aiuto. Implacabili e crudeli, i ricordi affiorarono in superficie, dal profondo della mia stanza oscura. L’edificio, una struttura in mattoni rossi, a tre piani, si presentò davanti ai miei occhi come un luogo oscuro, segreto, ostile. Il giardino circostante, già con i primi accenni di una imminente primavera, sembrava estraneo all’edificio. Tutte le finestre avevano le inferriate,e le tende, dai colori vivaci, cozzavano con la rigidità e l’austerità del luogo. Mia madre affrettò il passo, come chi ha premura di giungere al più presto alla sua meta per scaricare uno scomodo fardello. Mi fermai, impietrita, i miei piedi si rifiutavano di obbedirmi.

Un sudore freddo prese a scorrermi lungo la schiena. Mi sentivo come un condannato che si dirigeva verso la sua cella scura, fredda, lontana. Mia madre tornò indietro e prendendomi per il gomito mi invitò , con mala grazia, a proseguire. Io la guardavo implorando la sua misericordia, il suo amore di mamma. Invano la supplicai di non abbandonarmi in quel luogo. Il suono del campanello mi scosse come un rombo di tuono che ti sorprende all’improvviso. Una invisibile tenaglia strizzò il mio addome, e un suono cupo e strisciante, iniziò a martellare le mie tempie. Il portone si aprì e il volto austero e arcigno di una suora comparve sulla soglia.

Il suo volto era affilato, e gli occhi scuri e freddi come pozzi neri, mal si accompagnavano al mezzo sorriso che comparve sulle labbra incise come come da un rasoio. Mia madre le porse una busta, la salutò e disse che non poteva trattenersi. Il suo treno partiva nel giro di qualche ora. Non mi abbracciò, non mi disse niente, non mi guardò nemmeno. Io rimasi paralizzata sulla soglia, annichilita, stravolta, con le lacrime che scendevano copiose sulle guance. Mi aveva abbandonato, con il cuore, con la mente, con gli occhi. La guardai che attraversava, con premura il viottolo che costeggiava il giardino e mai una volta si girò indietro. Se mi avessero pugnalato rigirando, più volte, il coltello nella ferita, avrei sentito meno dolore di quello che provai, quando, infine, scomparve dalla mia vista.

E fu in quel momento che un urlo, straziante,

proruppe all’improvviso da tutto il mio essere ”Mammaaaaaaaaaa”!
 

 

IV

“Lascia che l’anelito doloroso dimori nel tuo cuore. Non arrenderti mai. Non perdere mai la speranza.

 Allah dice:

“Proprio gli animi spezzati sono quelli che amo maggiormente”

– Shaikh Abu Saeed Abil Kheir -

na tristezza di piombo mi avvolse tutta come un sudario. Sentivo la voce della suora provenire da molto lontano. La seguii docile come un agnellino, all’interno e su per una larga scala che portava ai piani superiori. Non sentivo voci, né rumori di sorta. Tutto era silenzioso e nello stesso tempo assordante. Quel luogo mi faceva paura! Lungo la parete della scala c’erano diverse  immagini religiose: Sant’Anna, la Vergine col Bambino, e altre che ora non ricordo. La loro presenza non mi era di conforto. Entrammo in un vasto corridoio, e affrettandosi con passettini piccoli e nervosi, la suora mi condusse in una stanza con due letti singoli. Mi pregò di lasciare le mie misere cose, contenute tutte in una valigetta verde, e di andare nel grande salotto per fare amicizia con le altre ospiti.

Forse temeva che lasciandomi sola avrei potuto commettere qualche sciocchezza. Ubbidii , senza commentare né chiedere nulla. Tutto mi era completamente indifferente. Si offrì di accompagnarmi. Quando entrai nel salotto, mi stupii di quante ragazze ci fossero ma anche del silenzio irreale che dominava su tutte loro.  In un angolo c’era un televisore spento dall’aspetto triste, alcuni tavolini con sedie pieghevoli, qualche poltrona, che aveva visto tempi migliori, un grande tavolo con riviste sparpagliate, una libreria con pochi volumi delle edizioni Paoline. Le ragazze, tutte giovanissime, avevano un aspetto infelice e lo sguardo smarrito. Vedevo nei loro occhi una velata compassione, la stessa che io provavo per loro. Mi salutarono timidamente abbozzando dei sorrisi.

Provai per loro una grande tenerezza. Soddisfatta del lavoro compiuto, la suora lasciò la stanza tra uno svolazzo di teli neri.

Un sospiro di liberazione si levò all’unisono tra le ragazze. La sua presenza non era molto gradita. Alcune tra loro, per rompere l’imbarazzo del momento, scimmiottarono la monaca e i suoi gesti affettati. Le risate scaturite, alleviarono un poco l’atmosfera dell’ambiente. Pian piano conobbi le loro storie. Alcune raccapriccianti, altre, molto umilianti. Rimasi turbata dalle violenze psicologiche e fisiche che furono costrette a subire dalla  famiglia.  Alcune erano state violentate dai loro stessi parenti. Giuliana, la ricordo bene perché divideva la stanza con me, portava nel grembo il frutto delle morbose attenzioni dello zio prete. Era seppellita in quella tomba dal primo giorno che seppe di essere incinta, con l’aiuto e la sollecitudine dello stesso criminale che aveva abusato di lei. E, si sa, il potere della Chiesa è tanto grande quanto oscuro. Il suono di un campanello scosse i miei pensieri. Era ora di cena. Il refettorio era un locale con alte finestre e  la luce filtrava a fatica, strisciando tra le grate come serpenti luminosi.

Una suora condivideva con noi il pasto. Si fece il segno della croce, subito imitata da tutte le ragazze, e recitò una improbabile preghiera che non capii e che mi lasciò un sapore amaro in bocca. Nelle scodelle galleggiavano pezzi di verdura dal colore indefinibile annegate in una brodaglia scura. Dopo qualche cucchiaiata rinunciai a continuare. Il mio gesto non passò inosservato. Le ragazze mi invitarono con gli occhi a mangiare, qualcuna toccò le mie scarpe per farmi capire che non era una buona idea. La monaca, posò il cucchiaio, in modo plateale, e mi chiese, con ipocrita cortesia, perché non volevo mangiare. Avrei tanto voluto gridarle che non era la brodaglia che non andava, ma tutto quanto: il luogo, il locale, le ragazze, lei stessa e perfino io. Tutto era sbagliato!

Un grande scoramento mi assalì all’improvviso. Il silenzio si tagliava a fette, tutti attendevano la mia risposta. Non parlai! Presi il cucchiaio e mi sforzai di continuare. Quella notte vomitai anche l’anima, lasciandomi dolente nel corpo e nell’anima. Raggomitolata nel letto, piansi tutte le mie lacrime fino allo svuotamento totale. Alla fine mi addormentai. Mi svegliai in piena notte turbata da qualcosa che graffiava la mia nuca. Era Giuliana che piangeva sommessamente per evitare di svegliarmi. Non ebbi il coraggio di alzarmi. Cosa potevo dirle? Quale conforto avrei potuto darle? Il resto della nottata passò in fretta, per fortuna. Ero tormentata per me e per lei. Il giorno, forse avrebbe portato, con il sole, un rinnovato sollievo. Ogni settimana ci visitavano, ci pesavano, ci misuravano la pressione. Alcuni medici esterni avevano il compito di seguire la nostra gravidanza. Freddi, professionali, svolgevano il loro lavoro con competenza e pochissima dedizione. Insofferenti al nostro stato d’animo, per il quale non sarebbero serviti né i loro consigli, né tantomeno medicine. I mali dello spirito sono materia di stregoni e ciarlatani.

Una psicologa, annoiata e seccata,  raccoglieva le nostre riflessioni, le nostre opinioni. Non ho mai visto mutamenti apprezzabili da questi incontri. Io non parlavo quasi mai, tanto che era lei che mi chiedeva delle cose. Io rispondevo con monosillabi irritanti e lapidari su tutto quanto riguardava la struttura di accoglienza.